#Malattia terminale e #diritti del #paziente: i principi della #responsabilità #medica

Cassazione, sent. 20 agosto 2015, n. 16993

Danno tanatologicoLeggi il testo integrale della sentenza

Con questa interessante pronuncia la Suprema Corte enuclea una serie di principi particolarmente significativi per i pazienti cd. #terminali in ipotesi di omessa diagnosi del processo morboso.

In particolare  l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, in relazione al quale si manifesti la possibilità di effettuare solo un intervento c.d. #palliativo, determinando un ritardo della relativa esecuzione provoca al paziente un danno già in ragione della circostanza che nelle more egli non ha potuto fruirne, dovendo conseguentemente sopportare tutte le conseguenze di quel processo morboso, in primis il dolore (in ordine al quale cfr. Cass., 13/4/2007, n. 8826), che la tempestiva esecuzione dell’intervento palliativo avrebbe potuto alleviargli, sia pure senza la risoluzione del processo morboso.

Sempre secondo la Corte di Cassazione è ravvisabile un danno risarcibile alla persona, in caso omessa diagnosi di un processo morboso terminale, anche in conseguenza della mera perdita per il paziente della chance di vivere per un (anche breve) periodo di tempo in più rispetto a quello poi effettivamente vissuto, ovvero anche solo della chance di conservare, durante quel decorso, una “migliore qualità della vita” (v Cass., 18.09.2008, n. 23846 e, conformemente, Cass., 8/7/2009, n. 16014, Cass., 27/3/2014, n. 7195).

La Suprema Corte precisa che in tale ipotesi il danno per il paziente consegue pure alla mera perdita della possibilità di scegliere alla stregua delle conoscenze mediche del tempo,“cosa fare” per fruire della salute residua fino all’esito infausto, anche rinunziando all’intervento o alle cure per limitarsi a consapevolmente esplicare le proprie attitudini psico-fisiche in vista del e fino all’exitus (cfr. Cass., 18/09/2008, n. 23846).

In questo quadro i Giudici di ultima istanza riconoscono la configurabilità del cd. danno #tanatologico, definendolo in termini di danno morale terminale o da lucida agonica o catastrofale o catastrofico (v. Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26772; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26773), quale danno dalla vittima subito per la sofferenza provata nell’avvertire consapevolmente l’ineluttabile approssimarsi della propria fine, per la cui configurabilità assume rilievo il criterio dell’intensità della sofferenza provata (Cass., 08/04/2010, n. 8360; Cass., 23/02/2005, n. 3766), a prescindere dall’apprezzabile intervallo di tempo fra lesioni e decesso della vittima richiesto per la liquidazione del danno biologico terminale.

In merito al danno tanatologico bisogna peraltro segnalare un recente intervento di segno opposto della Suprema Corte in veste di Sezioni Unite (Cass., Sez. Un., 22 luglio 2015, n. 15350), secondo cui non sarebbe risarcibile agli eredi del danneggiato il danno da perdita della vita immediatamente conseguente alle lesioni derivanti da un fatto illecito.



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